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🕘 Borse di studio e contributi libri di testo anno scol.26/27. Domande da 4/9 a 23/10 ore 18 ⇗
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Redistribuire significa garantire servizi, istruzione, cultura, salute e sicurezza per tutti
Capita di leggere sui social un'idea all'apparenza ragionevole: le risorse pubbliche dovrebbero servire solo a pagare i servizi che usiamo individualmente, senza redistribuire nulla. È un punto di vista diffuso, che merita rispetto, ma che offre una lettura forse parziale della nostra vita insieme.
Spesso si pensa che "redistribuire" significhi trasferire semplicemente del denaro da una tasca all'altra. In realtà, i principi degli articoli 3 e 53 della nostra Costituzione parlano di qualcosa di molto più concreto: trasformare il contributo di ciascuno in servizi essenziali per tutti.
Quando l'azione pubblica — dalle scelte nazionali fino agli indirizzi politici di una Amministrazione locale — si riduce a una semplice contabilità di cassa, rischia di incrinarsi la fiducia reciproca. Per una realtà pedemontana poi, che combatte lo spopolamento e vive una significativa dinamica di integrazione, la tenuta sociale è la condizione stessa per continuare a esistere. Garantire con continuità i servizi alle famiglie e al territorio evita che le difficoltà individuali diventino isolamento e che le differenze sfocino in diffidenza.
Pubblicato oggi da Marino
Spesso si pensa che "redistribuire" significhi trasferire semplicemente del denaro da una tasca all'altra. In realtà, i principi degli articoli 3 e 53 della nostra Costituzione parlano di qualcosa di molto più concreto: trasformare il contributo di ciascuno in servizi essenziali per tutti.
Non si tratta di assistenzialismo, ma di garantire che la scuola dei nostri ragazzi, la sanità sul territorio, la cura degli anziani o i trasporti non diventino un privilegio per pochi, ma rimangano un diritto accessibile a chiunque viva nella nostra comunità.
Quando l'azione pubblica — dalle scelte nazionali fino agli indirizzi politici di una Amministrazione locale — si riduce a una semplice contabilità di cassa, rischia di incrinarsi la fiducia reciproca. Per una realtà pedemontana poi, che combatte lo spopolamento e vive una significativa dinamica di integrazione, la tenuta sociale è la condizione stessa per continuare a esistere. Garantire con continuità i servizi alle famiglie e al territorio evita che le difficoltà individuali diventino isolamento e che le differenze sfocino in diffidenza.
Chiedere un contributo progressivo non serve a livellare verso il basso, ma ad assicurare che il benessere, la casa o l'attività economica di ciascuno poggino su un terreno sereno e sicuro. Perché senza servizi e senza equità sociale, anche la tranquillità del singolo diventa fragile.
Pubblicato oggi da Marino
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Evento astronomico
O specchio delle mie brame, qual è il miglior posto del reame per vedere l'eclisse di sole di domani? Speriamo che all'ora prevista per il fenomeno, il sole non sia già tramontato dietro il Bagnolo e si possa così vedere qualcosa anche dal paese. Magari, perché no, dalle sponde del Nure...
Pubblicato ieri da Ponte(s)figo
Pubblicato ieri da Ponte(s)figo
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Il mito degli anni '50 e il costo della civiltà
In breve... Sui social c'è chi rimpiange la spesa pubblica degli anni '50 (al 30%) rispetto a quella di oggi (al 50%), definendo lo Stato un "pachiderma parassita". Ma la verità sembra essere un'altra.
• Negli anni '50 si spendeva meno perché lo Stato sociale NON esisteva: niente sanità gratuita, niente scuola media per tutti, niente pensioni universali né tutele sul lavoro.
• Il 50% di oggi non è uno spreco, è il prezzo della civiltà: è quanto costa garantire ospedali, scuole, strade, sicurezza e diritti uguali per tutti.
• Tornare indietro non è efficienza, è involuzione: significa cancellare la Costituzione e pretendere che chi è debole si curi con la carità.
Se vogliamo un futuro di dignità, dobbiamo difendere i diritti di tutti, non gli slogan di pochi.
Se vuoi approfondire, prosegui la lettura A supporto della tesi apparsa sui social nostrani secondo cui lo Stato odierno sarebbe un pachiderma ingordo, si evoca a volte un paragone nostalgico: negli anni '50 la spesa pubblica si aggirava intorno al 30% o 35% del PIL e il Paese godeva di un grande boom economico, mentre oggi quella percentuale viaggia tra il 50% e il 55%, considerata dagli evocatori una pura follia.
È un argomento suggestivo, ma storicamente capovolto.
Chi rimpiange la spesa pubblica di allora non sa, o dimentica, o non vuol far ricordare, un dettaglio fondamentale che, io, nato nel 1948, ben ricordo: se negli anni '50 quella percentuale era così bassa, non era perché si stesse meglio, ma perché lo Stato sociale moderno, in Italia, semplicemente non esisteva ancora. Eravamo un Paese uscito da una guerra devastante, con una Costituzione appena nata e una civiltà dei diritti ancora tutta da costruire.
In quegli anni '50 idealizzati non esisteva il Servizio Sanitario Nazionale: la mutua dell'INAM c'era, ma era un privilegio legato al lavoro, non un diritto di tutti. Se non avevi quella copertura o i soldi per un medico privato, ti curavi (o non ti curavi) solo grazie alla carità o alla disperazione. Non esisteva la scuola media unica e gratuita per tutti: l'istruzione superiore era un privilegio per pochi e l'analfabetismo era una piaga diffusa.
Non esistevano le pensioni universali, le tutele per la disabilità, i sussidi per le famiglie in difficoltà o le norme sulla sicurezza sul lavoro.
Perfino i Sindaci e gli amministratori locali dell'epoca non percepivano indennità o compensi, ma donavano gratuitamente il proprio tempo e le proprie energie per servire un ideale costituzionale e una comunità ancora ferita.
Quel 30% di spesa pubblica rifletteva un Paese povero, diseguale e privo di infrastrutture sociali. Il boom economico non fu affatto il frutto di un ipotetico "stato minimo", ma nacque proprio dall'esigenza opposta: investire risorse pubbliche per costruire scuole, strade, acquedotti e reti energetiche.
E quegli investimenti non furono realizzati per concessione di pochi "super-contribuenti", ma grazie al sacrificio fiscale di tutti i cittadini, dai più abbienti ai più umili.
Il salto al 50% o 55% di oggi non è nato dal capriccio di uno Stato parassita, ma rappresenta il costo della nostra democrazia, dello Stato di diritto e del nostro progresso civile.
È il prezzo delle leggi che tutelano i più deboli e tengono in riga i comportamenti prepotenti; è il valore di una sanità che cura tutti, di una scuola che istruisce senza distinzioni e di una previdenza che protegge i nostri anziani.
Ed è anche il costo che garantisce i beni supremi: la libertà di parola, di pensiero e di stampa, fondamentali civici che nessuna visione neoliberista può pretendere di comprare o barattare sul mercato.
L'idea che si possa tornare a quel 30% senza cancellare di colpo i diritti fondamentali e le conquiste sociali della nostra Costituzione è una grave deriva di politica involutiva. La spesa pubblica non è un furto legalizzato ai danni di pochi, ma il bilancio comune attraverso cui un intero Paese decide di rimanere umano e di prendersi cura di se stesso.
Ho detto che ho vissuto a lungo, ma l'esperienza insegna che il futuro si costruisce insieme: unendo la saggezza della memoria all'energia di chi ha la vita davanti. Sta a voi, generazioni più giovani, raccogliere questo testimone e mettere un freno a queste tendenze al suicidio politico. Prendete in mano il vostro presente, pretendete un domani di dignità, di solidarietà e di civiltà; un mondo in cui, anziché di mercati e di guerra, si parli di persone e di pace.
Pubblicato ieri da Marino
• Negli anni '50 si spendeva meno perché lo Stato sociale NON esisteva: niente sanità gratuita, niente scuola media per tutti, niente pensioni universali né tutele sul lavoro.
• Il 50% di oggi non è uno spreco, è il prezzo della civiltà: è quanto costa garantire ospedali, scuole, strade, sicurezza e diritti uguali per tutti.
• Tornare indietro non è efficienza, è involuzione: significa cancellare la Costituzione e pretendere che chi è debole si curi con la carità.
Se vogliamo un futuro di dignità, dobbiamo difendere i diritti di tutti, non gli slogan di pochi.
Se vuoi approfondire, prosegui la lettura A supporto della tesi apparsa sui social nostrani secondo cui lo Stato odierno sarebbe un pachiderma ingordo, si evoca a volte un paragone nostalgico: negli anni '50 la spesa pubblica si aggirava intorno al 30% o 35% del PIL e il Paese godeva di un grande boom economico, mentre oggi quella percentuale viaggia tra il 50% e il 55%, considerata dagli evocatori una pura follia.
È un argomento suggestivo, ma storicamente capovolto.
Chi rimpiange la spesa pubblica di allora non sa, o dimentica, o non vuol far ricordare, un dettaglio fondamentale che, io, nato nel 1948, ben ricordo: se negli anni '50 quella percentuale era così bassa, non era perché si stesse meglio, ma perché lo Stato sociale moderno, in Italia, semplicemente non esisteva ancora. Eravamo un Paese uscito da una guerra devastante, con una Costituzione appena nata e una civiltà dei diritti ancora tutta da costruire.
In quegli anni '50 idealizzati non esisteva il Servizio Sanitario Nazionale: la mutua dell'INAM c'era, ma era un privilegio legato al lavoro, non un diritto di tutti. Se non avevi quella copertura o i soldi per un medico privato, ti curavi (o non ti curavi) solo grazie alla carità o alla disperazione. Non esisteva la scuola media unica e gratuita per tutti: l'istruzione superiore era un privilegio per pochi e l'analfabetismo era una piaga diffusa.
Non esistevano le pensioni universali, le tutele per la disabilità, i sussidi per le famiglie in difficoltà o le norme sulla sicurezza sul lavoro.
Perfino i Sindaci e gli amministratori locali dell'epoca non percepivano indennità o compensi, ma donavano gratuitamente il proprio tempo e le proprie energie per servire un ideale costituzionale e una comunità ancora ferita.
Quel 30% di spesa pubblica rifletteva un Paese povero, diseguale e privo di infrastrutture sociali. Il boom economico non fu affatto il frutto di un ipotetico "stato minimo", ma nacque proprio dall'esigenza opposta: investire risorse pubbliche per costruire scuole, strade, acquedotti e reti energetiche.
E quegli investimenti non furono realizzati per concessione di pochi "super-contribuenti", ma grazie al sacrificio fiscale di tutti i cittadini, dai più abbienti ai più umili.
Il salto al 50% o 55% di oggi non è nato dal capriccio di uno Stato parassita, ma rappresenta il costo della nostra democrazia, dello Stato di diritto e del nostro progresso civile.
È il prezzo delle leggi che tutelano i più deboli e tengono in riga i comportamenti prepotenti; è il valore di una sanità che cura tutti, di una scuola che istruisce senza distinzioni e di una previdenza che protegge i nostri anziani.
Ed è anche il costo che garantisce i beni supremi: la libertà di parola, di pensiero e di stampa, fondamentali civici che nessuna visione neoliberista può pretendere di comprare o barattare sul mercato.
L'idea che si possa tornare a quel 30% senza cancellare di colpo i diritti fondamentali e le conquiste sociali della nostra Costituzione è una grave deriva di politica involutiva. La spesa pubblica non è un furto legalizzato ai danni di pochi, ma il bilancio comune attraverso cui un intero Paese decide di rimanere umano e di prendersi cura di se stesso.
Ho detto che ho vissuto a lungo, ma l'esperienza insegna che il futuro si costruisce insieme: unendo la saggezza della memoria all'energia di chi ha la vita davanti. Sta a voi, generazioni più giovani, raccogliere questo testimone e mettere un freno a queste tendenze al suicidio politico. Prendete in mano il vostro presente, pretendete un domani di dignità, di solidarietà e di civiltà; un mondo in cui, anziché di mercati e di guerra, si parli di persone e di pace.
Pubblicato ieri da Marino
Diritto di rettifica Commenta
#servizipubblici #sanitaeassistenza #scuola #sicurezza #economia #politica #poverta #pressionefiscale #lavoridipubblicautilita #dirittoamministrativo
La favola dei produttori e dei consumatori
Sta girando sui social la tesi secondo cui lo Stato e la collettività non creerebbero alcuna ricchezza, e che una maggioranza di cittadini si limiterebbe ad "assorbire" quanto prodotto da una minoranza di generosi generatori di valore.
È una narrazione che si scontra con la realtà.
La ricchezza di chi guadagna molto non esiste in un vuoto logico. Essa si sviluppa grazie all'impalcatura materiale e umana garantita dall'intera comunità: le strade su cui viaggiano le merci, gli insegnanti che istruiscono i figli, i vigili del fuoco, i poliziotti e i militari che garantiscono la sicurezza, i medici e gli infermieri, gli impiegati comunali che mandano avanti i servizi, le massaie , i nonni e i caregiver che assistono i nostri cari a casa, i commercianti, gli artigiani e le piccole partite IVA fino alle banche, ecc. Ognuno dà il proprio contributo per permette a tanti di lavorare, di percepire uno stipendio e di spenderlo, alimentando il circolo virtuoso che tiene mutuamente in vita la società civile.
L'idea neoliberista che la società si divida tra pochi che producono e una moltitudine che vive a rimorchio è un abbaglio economico e soprattutto politico.
Pubblicato il 10/08/26 da Marino
È una narrazione che si scontra con la realtà.
Immaginiamo una fabbrica con un imprenditore e 100 lavoratori dipendenti: dovremmo forse dedurre che la ricchezza sia generata solo dal primo e che gli altri 100 siano un costo o dei soggetti mantenuti dall'attività altrui?
La realtà ci dice che quei 100 lavoratori (ingegneri, impiegati, operai, venditori, ecc.) trasformano l'idea e il capitale in beni reali, generando il PIL del Paese. E sul piano fiscale, ciascuno di loro, imprenditore compreso, versa l'IRPEF e paga l'IVA su ogni acquisto. Non siamo di fronte a un solo produttore e 100 spettatori, ma a 101 soggetti che concorrono insieme a produrre ricchezza e a sostenere la spesa pubblica.
La realtà ci dice che quei 100 lavoratori (ingegneri, impiegati, operai, venditori, ecc.) trasformano l'idea e il capitale in beni reali, generando il PIL del Paese. E sul piano fiscale, ciascuno di loro, imprenditore compreso, versa l'IRPEF e paga l'IVA su ogni acquisto. Non siamo di fronte a un solo produttore e 100 spettatori, ma a 101 soggetti che concorrono insieme a produrre ricchezza e a sostenere la spesa pubblica.
La ricchezza di chi guadagna molto non esiste in un vuoto logico. Essa si sviluppa grazie all'impalcatura materiale e umana garantita dall'intera comunità: le strade su cui viaggiano le merci, gli insegnanti che istruiscono i figli, i vigili del fuoco, i poliziotti e i militari che garantiscono la sicurezza, i medici e gli infermieri, gli impiegati comunali che mandano avanti i servizi, le massaie , i nonni e i caregiver che assistono i nostri cari a casa, i commercianti, gli artigiani e le piccole partite IVA fino alle banche, ecc. Ognuno dà il proprio contributo per permette a tanti di lavorare, di percepire uno stipendio e di spenderlo, alimentando il circolo virtuoso che tiene mutuamente in vita la società civile.
L'idea neoliberista che la società si divida tra pochi che producono e una moltitudine che vive a rimorchio è un abbaglio economico e soprattutto politico.
Se l'Italia ha raggiunto il livello di civiltà e benessere che conosciamo, lo si deve al modello cooperativo disegnato dalla nostra Costituzione: senza la stabilità, i servizi e il lavoro di tutti, non vi sarebbe alcuna ricchezza da distribuire, né alcuna economia locale da mandare avanti.
Pubblicato il 10/08/26 da Marino
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#economia #servizipubblici #tributi #pressionefiscale #solidarieta #politica #dirittoamministrativo
Peccato che questo spirito "cooperativo" non si manifesti quando si tratta di pagare le tasse, soprattutto l'Irpef, il cui gettito grava per l'80% su dipendenti e pensionati (oppure, se si preferisce, il 15% circa dei contribuenti totali si sobbarca il 60% dell'intero ammontare)...
Pubblicato 11/08/26 da Black&White
Pubblicato 11/08/26 da Black&White
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Consorzio di Bonifica
Nel 2016 il nostro Comune è stato inserito nel territorio montano di competenza del Consorzio di Bonifica.
Relativamente al nostro Comune, nel periodo 2016-2026 il Consorzio:
• a fronte di bollette emesse per un valore di € 1.012.000
• ha effettuato interventi per un valore di € 345.000 ( 34,1% )
Nelle valutazioni che ognuno farà , è opportuno considerare ciò che già ho evidenziato in precedenti post e che replico qui: Leggi • Chi possiede beni immobili (terreni e/o fabbricati) nel nostro Comune è soggetto a pagare il Contributo di bonifica dall'anno 2016
• "Il beneficio in montagna è riconducibile alle attività predisposte dal Consorzio contro il dissesto idrogeologico diffuso, progettando e realizzando opere a difesa dei versanti e delle pendici ed alla manutenzione della viabilità minore"
• la materia è normata dalla Legge Regionale 42/84, art.1: "La Regione Emilia-Romagna riconosce, promuove ed organizza l'attività di bonifica come funzione essenzialmente pubblica ai fini della difesa del suolo e di un equilibrato sviluppo del proprio territorio, della tutela e della valorizzazione della produzione agricola e dei beni naturali, con particolare riferimento alle risorse idriche."; art.3 comma 1: "Sono opere di bonifica montana, in quanto necessarie ai fini generali della sistemazione, difesa e valorizzazione produttiva dei territori collinari e montani, quelle rivolte a dare stabilità ai terreni, a prevenire e consolidare le erosioni e i movimenti franosi, ad assicurare il buon regime idraulico, a realizzare le migliori condizioni per l'uso del suolo e dell'acqua nel rispetto delle vocazioni naturali delle singole aree."
• l'importo del contributo di bonifica è determinato sulla base del piano di classifica per il riparto delle spese consortili, del bilancio preventivo e dei ruoli di contribuenza
• il piano di classifica individua aree territoriali omogenee sotto il profilo del beneficio, calcolato considerando indici tecnici territoriali idraulici, la presenza di opere di bonifica e indici economici
• la gran parte del territorio del Comune di Ponte dell'Olio appartiene all'area territoriale omogenea C1002 (Montagna Nure, Chero e Arda) che comprende il territorio dei comuni di Gropparello, Lugagnano, Vernasca e Morfasso e parte dei comuni di Vigolzone, Ponte dell'Olio, San Giorgio, Carpaneto, Castell'Arquato, Alseno, Bettola, Farini e Ferriere, ricadenti nei bacini idraulici delle vallate Nure, Riglio, Chero e Arda,
• gli immobili siti in tale area traggono beneficio dalle attività svolte dal Consorzio per difendere il territorio dai fenomeni di dissesto idrogeologico (frane, smottamenti ecc..) e per regimare i deflussi collinari e montani del reticolo idrografico minore
• la salvaguardia degli immobili avviene mediante le attività di vigilanza, monitoraggio, manutenzione, progettazione ed esecuzione delle opere di consolidamento dei versanti, di regimazione idraulica (briglie e drenaggi) di viabilità minore e di acquedottistica rurale
• Ponte dell'Olio beneficia quindi anche delle attività effettuate in altri comuni della stessa area territoriale omogenea. .
Pubblicato il 09/08/26 da Marino
Relativamente al nostro Comune, nel periodo 2016-2026 il Consorzio:
• a fronte di bollette emesse per un valore di € 1.012.000
• ha effettuato interventi per un valore di € 345.000 ( 34,1% )
Nelle valutazioni che ognuno farà , è opportuno considerare ciò che già ho evidenziato in precedenti post e che replico qui: Leggi • Chi possiede beni immobili (terreni e/o fabbricati) nel nostro Comune è soggetto a pagare il Contributo di bonifica dall'anno 2016
• "Il beneficio in montagna è riconducibile alle attività predisposte dal Consorzio contro il dissesto idrogeologico diffuso, progettando e realizzando opere a difesa dei versanti e delle pendici ed alla manutenzione della viabilità minore"
• la materia è normata dalla Legge Regionale 42/84, art.1: "La Regione Emilia-Romagna riconosce, promuove ed organizza l'attività di bonifica come funzione essenzialmente pubblica ai fini della difesa del suolo e di un equilibrato sviluppo del proprio territorio, della tutela e della valorizzazione della produzione agricola e dei beni naturali, con particolare riferimento alle risorse idriche."; art.3 comma 1: "Sono opere di bonifica montana, in quanto necessarie ai fini generali della sistemazione, difesa e valorizzazione produttiva dei territori collinari e montani, quelle rivolte a dare stabilità ai terreni, a prevenire e consolidare le erosioni e i movimenti franosi, ad assicurare il buon regime idraulico, a realizzare le migliori condizioni per l'uso del suolo e dell'acqua nel rispetto delle vocazioni naturali delle singole aree."
• l'importo del contributo di bonifica è determinato sulla base del piano di classifica per il riparto delle spese consortili, del bilancio preventivo e dei ruoli di contribuenza
• il piano di classifica individua aree territoriali omogenee sotto il profilo del beneficio, calcolato considerando indici tecnici territoriali idraulici, la presenza di opere di bonifica e indici economici
• la gran parte del territorio del Comune di Ponte dell'Olio appartiene all'area territoriale omogenea C1002 (Montagna Nure, Chero e Arda) che comprende il territorio dei comuni di Gropparello, Lugagnano, Vernasca e Morfasso e parte dei comuni di Vigolzone, Ponte dell'Olio, San Giorgio, Carpaneto, Castell'Arquato, Alseno, Bettola, Farini e Ferriere, ricadenti nei bacini idraulici delle vallate Nure, Riglio, Chero e Arda,
• gli immobili siti in tale area traggono beneficio dalle attività svolte dal Consorzio per difendere il territorio dai fenomeni di dissesto idrogeologico (frane, smottamenti ecc..) e per regimare i deflussi collinari e montani del reticolo idrografico minore
• la salvaguardia degli immobili avviene mediante le attività di vigilanza, monitoraggio, manutenzione, progettazione ed esecuzione delle opere di consolidamento dei versanti, di regimazione idraulica (briglie e drenaggi) di viabilità minore e di acquedottistica rurale
• Ponte dell'Olio beneficia quindi anche delle attività effettuate in altri comuni della stessa area territoriale omogenea. .
Pubblicato il 09/08/26 da Marino
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#consorziodibonifica #comune #gestioneecosti
Dalla teoria alla realtà: il 61% di casa nostra
Oggi vorrei approcciare la questione di cui stiamo parlando in questi giorni — la narrazione che descrive il 61% dei cittadini come una platea di "mantenuti" sostenuta dal restante 39% — cercando di rileggere i fatti con gli occhi dell'elettore.
Cercherò di esprimermi con un linguaggio semplice e trasparente, senza scomodare i massimi sistemi della filosofia politica o della finanza pubblica, ma ricorrendo a un banale esercizio di calcolo elementare.
Per fare questo in modo rigoroso, occorre innanzitutto richiamare un principio statistico elementare che ci aiuterà a comprendere le successive considerazioni.
Ed è su questa base scientifica che propongo di considerare i numeri reali delle ultime elezioni comunali del giugno 2024, dove si rileva che hanno espresso un voto valido 2.574 cittadini: di questi, 1.797 hanno accordato la loro fiducia alla Maggioranza e 777 alla Minoranza.
Calando dunque i dati e le definizioni del Sindaco nella nostra realtà locale, la matematica ci dice che tra quei 1.797 elettori che hanno votato per l'attuale Maggioranza, il 39% — ovvero circa 700 cittadini — rientrerebbero nella categoria dei cosiddetti "contribuenti netti". Il restante 61% — cioè 1.096 elettori — apparterrebbe invece a quella fascia di concittadini definiti testualmente come "mantenuti a spese altrui".
Ritengo che non vi sia null'altro da aggiungere.
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Pubblicato il 09/08/26 da Marino
Cercherò di esprimermi con un linguaggio semplice e trasparente, senza scomodare i massimi sistemi della filosofia politica o della finanza pubblica, ma ricorrendo a un banale esercizio di calcolo elementare.
Per fare questo in modo rigoroso, occorre innanzitutto richiamare un principio statistico elementare che ci aiuterà a comprendere le successive considerazioni.
Quando una rilevazione scientifica o un modello economico individua una proporzione all'interno di una popolazione (in questo caso la ripartizione del 39% e del 61% elaborate da Christl e Köppl-Turyna ), l'applicazione di quella stessa proporzione a un gruppo sufficientemente numeroso di persone non è un'ipotesi arbitraria, ma un'applicazione della legge dei grandi numeri. Ad esempio un gruppo di oltre 2.500 persone non è un piccolo campione casuale, ma rappresenta la quasi totalità della popolazione adulta del nostro paese. Di conseguenza, la composizione sociale, reddituale e contributiva di quel gruppo riflette con fedeltà la media statistica generale.
Ed è su questa base scientifica che propongo di considerare i numeri reali delle ultime elezioni comunali del giugno 2024, dove si rileva che hanno espresso un voto valido 2.574 cittadini: di questi, 1.797 hanno accordato la loro fiducia alla Maggioranza e 777 alla Minoranza.
Ci tengo a precisarlo con assoluta chiarezza, affinché non vi sia il minimo spazio per equivoci: non sto inventando alcuna categoria, non sto introducendo giudizi personali, né sto forzando alcuna interpretazione. Mi limito unicamente ad applicare, punto per punto, le parole e le categorie concettuali diffuse dal Sindaco e tratte dallo studio di Christl e Köppl-Turyna.
Calando dunque i dati e le definizioni del Sindaco nella nostra realtà locale, la matematica ci dice che tra quei 1.797 elettori che hanno votato per l'attuale Maggioranza, il 39% — ovvero circa 700 cittadini — rientrerebbero nella categoria dei cosiddetti "contribuenti netti". Il restante 61% — cioè 1.096 elettori — apparterrebbe invece a quella fascia di concittadini definiti testualmente come "mantenuti a spese altrui".
Ribadisco, senza alcuna invenzione da parte mia, ma per effetto diretto e matematico della narrazione adottata dal Primo Cittadino, significherebbe che oltre 1.000 elettori che hanno riposto piena fiducia nell'attuale amministrazione si trovano oggi etichettati, dalla stessa parte politica che hanno scelto di votare, come un peso o una zavorra per la comunità.
Ritengo che non vi sia null'altro da aggiungere.
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Vorrei ancora precisare che ho sviluppato questo esercizio logico adottando in modo letterale la chiave di lettura dello studio citato così come è stata resa pubblica dal Sindaco, e non la reale dinamica economica e costituzionale che abbiamo approfondito nei precedenti interventi. Era tuttavia una riflessione doverosa, che purtroppo ha messo in luce come una simile narrazione finisca, paradossalmente, per tradursi in una profonda svalutazione civica dei suoi stessi elettori e dell'intera nostra comunità.
Pubblicato il 09/08/26 da Marino
Diritto di rettifica Commenta
#politica #elezioni #sindaco #ammcomunale #comune #pressionefiscale
Mi è stato suggerito, a beneficio di chi non frequenta i social, di riportare il testo dell'intervento che ha dato origine alle considerazioni di questi giorni. Lo riporto integralmente di seguito, affinché ciascuno possa valutare da se stesso:
«Quando abbiamo il 39% della popolazione che detiene sulle proprie spalle, oltre che se stessa, anche il restante 61% dei connazionali, si capisce quanto profonda sia la radice del male assoluto italiano: uno Stato mostruoso, pachidermico, inefficente, ingordo ed estremamente costoso, che vessa oltre ogni sostenibilità una parte minoritaria dei suoi contribuenti netti per assistere e sussidiare i 2/3 di cittadini che non concorrono minimamente a sostenere la spesa pubblica.
Colui che ancora, dall'ambito statale a quello del più piccolo Comune, sostiene servano ulteriori imposte/tasse patrimoniali, contributi o prelievi a carico del 39% che paga tutto (spesso senza ricevere alcun beneficio) per finanziare nuovi sconti, agevolazioni, esenzioni, bonus o qualsivoglia altro intervento sociale a favore del 61% mantenuto a spese altrui, è per me da ritenersi un ladro, un delinquente o altro termine analogo, perchè legittima la perpetuazione di un furto già strutturalmente radicato e avallato dalle istituzioni.»
Pubblicato 09/08/26 da Marino
«Quando abbiamo il 39% della popolazione che detiene sulle proprie spalle, oltre che se stessa, anche il restante 61% dei connazionali, si capisce quanto profonda sia la radice del male assoluto italiano: uno Stato mostruoso, pachidermico, inefficente, ingordo ed estremamente costoso, che vessa oltre ogni sostenibilità una parte minoritaria dei suoi contribuenti netti per assistere e sussidiare i 2/3 di cittadini che non concorrono minimamente a sostenere la spesa pubblica.
Colui che ancora, dall'ambito statale a quello del più piccolo Comune, sostiene servano ulteriori imposte/tasse patrimoniali, contributi o prelievi a carico del 39% che paga tutto (spesso senza ricevere alcun beneficio) per finanziare nuovi sconti, agevolazioni, esenzioni, bonus o qualsivoglia altro intervento sociale a favore del 61% mantenuto a spese altrui, è per me da ritenersi un ladro, un delinquente o altro termine analogo, perchè legittima la perpetuazione di un furto già strutturalmente radicato e avallato dalle istituzioni.»
Pubblicato 09/08/26 da Marino
Basta questo post del primo cittadino di Ponte, per comprenderne la caratura.
Ogni 100 pontolliesi, 61 sarebbero "mantenuti".
Complimenti al Sig. Sindaco
Marco Boselli
Pubblicato 09/08/26 da Marco
Ogni 100 pontolliesi, 61 sarebbero "mantenuti".
Complimenti al Sig. Sindaco
Marco Boselli
Pubblicato 09/08/26 da Marco
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La Costituzione e il senso della Comunità
Dopo aver esaminato la fragile architettura contabile con cui sembra si stia tentando di dividere la popolazione tra presunti "vessati" e presunti "mantenuti", ritengo opportuno compiere un passo ulteriore.
L'idea che il 39% della popolazione "paghi tutto" mentre il restante 61% viva "a spese altrui" costituisce una falsificazione della realtà. Quel 61% versa quotidianamente imposte sui consumi, accise, tasse locali e contributi sul proprio lavoro; la differenza tra le due fasce è la naturale e fisiologica modulazione del prelievo fiscale basata sulla capacità economica di ciascuno.
L'articolo 53 della Costituzione stabilisce chiaramente che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, secondo criteri di progressività. Pagare una quota proporzionalmente maggiore quando si dispone di redditi più elevati non è un "furto" perpetrato ai danni di pochi, né un'odiosa concessione fatta a favore di molti: è semplicemente l'adempimento di un dovere solenne di solidarietà economica e sociale, sancito dall'articolo 2.
Definire "mantenuto" chi usufruisce dell'ospedale pubblico, chi manda i figli alla scuola di Stato o chi beneficia di un sostegno sociale significa capovolgere il cuore dell'articolo 3, che assegna alla Repubblica il compito preciso di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l'uguaglianza dei cittadini. Garanzie come la sanità universale, l'istruzione gratuita e la tutela degli anziani non sono "elemosine" o "sconti" finanziati dai ricchi, ma la sostanza stessa della democrazia.
Se proprio si avvertisse l'esigenza di individuare dove si annidi una effettiva e ingiusta sottrazione di risorse alla comunità, lo sguardo di chi amministra non dovrebbe rivolgersi con severità ideologica verso chi chiede una visita medica o una scuola efficiente per i propri figli. Il vero "furto" alla risorsa pubblica — quello che grava sui bilanci e punisce ingiustamente i contribuenti onesti — risiede nell'evasione e nell'elusione fiscale.
E non serve guardare ai grandi scenari internazionali per rendersene conto: basta osservare quanto accade nel nostro Comune. Nel recente consiglio comunale abbiamo appreso che, con l'avvio sperimentale della raccolta puntuale, ben cento utenze fino a ieri del tutto "sconosciute alla TARI" si sono presentate spontaneamente in Municipio per richiedere i nuovi bidoni personali. Si tratta di un episodio rivelatore. Da un lato dimostra che per anni le spese di smaltimento di questi "utenti fantasma" sono state scaricate sui cittadini virtuosi che hanno sempre pagato regolarmente fino all'ultimo euro. Dall'altro lato, di fronte a un'amministrazione in carica dal 2019, sorge spontanea e legittima una domanda di semplice buon senso: com'è possibile che questi "utenti fantasma" non siano stati intercettati prima? Quanti altri "fantasmi" della TARI o dei tributi locali popolano ancora il nostro territorio? È una domanda che pongo con la consapevolezza di chi sa che le banche dati e le tecnologie attuali permetterebbero di tutelare con precisione la comunità dei contribuenti virtuosi.
La politica e la buona amministrazione hanno il compito alto di unire, di garantire equità e di difendere chi le tasse le paga fino in fondo. Trasformare i principi di solidarietà in una contrapposizione ideologica serve solo a distogliere lo sguardo dai doveri di chi amministra, ma non rende un buon servizio alla nostra comunità.
Pubblicato il 08/08/26 da Marino
Chiunque assuma un incarico pubblico presta giuramento sulla Costituzione italiana, il patto fondativo della nostra convivenza civile. La nostra Carta non riconosce la figura del cittadino come "cliente" di uno Stato-azienda, né misura la dignità delle persone in base al saldo del loro Dare e Avere contabile.
L'idea che il 39% della popolazione "paghi tutto" mentre il restante 61% viva "a spese altrui" costituisce una falsificazione della realtà. Quel 61% versa quotidianamente imposte sui consumi, accise, tasse locali e contributi sul proprio lavoro; la differenza tra le due fasce è la naturale e fisiologica modulazione del prelievo fiscale basata sulla capacità economica di ciascuno.
L'articolo 53 della Costituzione stabilisce chiaramente che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, secondo criteri di progressività. Pagare una quota proporzionalmente maggiore quando si dispone di redditi più elevati non è un "furto" perpetrato ai danni di pochi, né un'odiosa concessione fatta a favore di molti: è semplicemente l'adempimento di un dovere solenne di solidarietà economica e sociale, sancito dall'articolo 2.
Definire "mantenuto" chi usufruisce dell'ospedale pubblico, chi manda i figli alla scuola di Stato o chi beneficia di un sostegno sociale significa capovolgere il cuore dell'articolo 3, che assegna alla Repubblica il compito preciso di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l'uguaglianza dei cittadini. Garanzie come la sanità universale, l'istruzione gratuita e la tutela degli anziani non sono "elemosine" o "sconti" finanziati dai ricchi, ma la sostanza stessa della democrazia.
Invocare la narrazione del "furto di Stato" di fronte ai meccanismi di perequazione fiscale significa ignorare che la ricchezza di chi produce molto non esiste in un vuoto logico, ma si sviluppa grazie alla stabilità, alla pace sociale e alle infrastrutture garantite dall'intera comunità. Quando nel dibattito pubblico si bollano come illegittimi i meccanismi di fiscalità progressiva o si definisce delinquenziale la tutela dei più deboli, non si difendono i contribuenti: si incrina la coesione sociale e si delegittimano le fondamenta civili su cui poggia il Paese.
Se proprio si avvertisse l'esigenza di individuare dove si annidi una effettiva e ingiusta sottrazione di risorse alla comunità, lo sguardo di chi amministra non dovrebbe rivolgersi con severità ideologica verso chi chiede una visita medica o una scuola efficiente per i propri figli. Il vero "furto" alla risorsa pubblica — quello che grava sui bilanci e punisce ingiustamente i contribuenti onesti — risiede nell'evasione e nell'elusione fiscale.
E non serve guardare ai grandi scenari internazionali per rendersene conto: basta osservare quanto accade nel nostro Comune. Nel recente consiglio comunale abbiamo appreso che, con l'avvio sperimentale della raccolta puntuale, ben cento utenze fino a ieri del tutto "sconosciute alla TARI" si sono presentate spontaneamente in Municipio per richiedere i nuovi bidoni personali. Si tratta di un episodio rivelatore. Da un lato dimostra che per anni le spese di smaltimento di questi "utenti fantasma" sono state scaricate sui cittadini virtuosi che hanno sempre pagato regolarmente fino all'ultimo euro. Dall'altro lato, di fronte a un'amministrazione in carica dal 2019, sorge spontanea e legittima una domanda di semplice buon senso: com'è possibile che questi "utenti fantasma" non siano stati intercettati prima? Quanti altri "fantasmi" della TARI o dei tributi locali popolano ancora il nostro territorio? È una domanda che pongo con la consapevolezza di chi sa che le banche dati e le tecnologie attuali permetterebbero di tutelare con precisione la comunità dei contribuenti virtuosi.
È su questa capacità di controllo vigile e quotidiana — sul far pagare il giusto a tutti per permettere a tutti di pagare meno — che si misura la reale responsabilità di chi governa una comunità. Non nella retorica divisiva che etichetta sei cittadini su dieci come "mantenuti", mentre le sacche di evasione reale impiegano anni prima di venire a galla.
La politica e la buona amministrazione hanno il compito alto di unire, di garantire equità e di difendere chi le tasse le paga fino in fondo. Trasformare i principi di solidarietà in una contrapposizione ideologica serve solo a distogliere lo sguardo dai doveri di chi amministra, ma non rende un buon servizio alla nostra comunità.
Pubblicato il 08/08/26 da Marino
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#politica #solidarieta #tributi #pressionefiscale #servizipubblici #sanitaeassistenza #scuola #lottaevasione #economia #dirittoamministrativo
Verità o propaganda?
Ho letto sui social l'interpretazione di un grafico originato da uno studio accademico degli economisti Christl e Köppl-Turyna.
La narrazione social che ne viene data è tranchant: "il 39% della popolazione detiene sulle proprie spalle, oltre che se stessa, anche il restante 61% dei connazionali". Una sintesi che appare semplicistica e fuorviante.
Prima di proseguire è però opportuno comprendere la metodologia dello studio. Gli autori mettono sul piatto della bilancia due colonne:
- L'AVERE (quanto si riceve dallo Stato): non solo assegni e pensioni, ma il valore monetario convertito di scuola, università, ricoveri ospedalieri, visite mediche, farmaci mutuabili, ecc.
- IL DARE (quanto si versa allo Stato): imposte dirette (IRPEF), imposte indirette (l'IVA sulla spesa, le accise su carburanti e utenze), contributi e tasse locali.
Se ciò che riceve un cittadino in sussidi e servizi supera ciò che versa in tasse, viene classificato dagli studiosi come Beneficiario netto. Se versa più di quanto riceve, risulta un Contribuente netto. In sintesi: lo studio calcola il dare-avere monetizzando anche la fruizione della sanità e della scuola pubblica.
A questa complessa architettura si aggiunge un ulteriore elemento metodologico di non poco conto: gli studi di questo tipo isolano i servizi individuali (come la scuola o l'ospedale), ma non sono in grado di ripartire scientificamente il valore dei beni pubblici indivisibili, come la sicurezza garantita dalle forze dell'ordine, la giustizia che tutela i contratti, la rete delle infrastrutture, ecc.. Si tratta di beni di cui beneficia l'intera collettività, ma che risultano indispensabili soprattutto per chi produce valore: la stessa ricchezza privata, infatti, non nasce nel vuoto, ma è resa possibile unicamente dall'impalcatura materiale e giuridica che lo Stato garantisce a tutti.
Per capirci, senza ombra di fraintendimento, applichiamo la logica di questo modello alla realtà quotidiana:
- Caso A: Un lavoratore a basso reddito versa un'IRPEF ridotta, ma paga IVA e accise su quasi tutto ciò che guadagna per fare la spesa e saldare le bollette. Se non ha figli a carico e limita al minimo visite mediche e cure, il valore monetario dei servizi pubblici di cui usufruisce in quell'anno è vicino allo zero. Di conseguenza, le imposte indirette versate superano il valore dei servizi consumati. Risultato nel modello: viene classificato come Contribuente Netto.
- Caso B: Una famiglia con reddito elevato usufruisce della scuola e dell'università statale per i figli lungo un lungo percorso accademico e ricorre alla sanità pubblica. Se contestualmente si avvale di legittime forme di pianificazione fiscale (o regimi sostitutivi) per contenere l'imponibile IRPEF, il valore economico dei servizi universitari e sanitari ricevuti può superare le tasse versate in quell'anno. Risultato nel modello: viene classificata come Beneficiario Netto.
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Tutto ciò premesso... di fronte a queste evidenze contabili, la domanda che pongo è: definire il 61% dei nostri concittadini come "mantenuti a spese altrui" è un'analisi tecnicamente pertinente o è solo uno slogan che distorce la realtà?
Mi fermo qui per non dilungarmi oltre. Nel prossimo approfondimento cercherò di condividere qualche riflessione su quale possa essere la valutazione di queste esternazioni se rapportata ai principi della Costituzione italiana.
Pubblicato il 07/08/26 da Marino
La narrazione social che ne viene data è tranchant: "il 39% della popolazione detiene sulle proprie spalle, oltre che se stessa, anche il restante 61% dei connazionali". Una sintesi che appare semplicistica e fuorviante.
Prima di proseguire è però opportuno comprendere la metodologia dello studio. Gli autori mettono sul piatto della bilancia due colonne:
- L'AVERE (quanto si riceve dallo Stato): non solo assegni e pensioni, ma il valore monetario convertito di scuola, università, ricoveri ospedalieri, visite mediche, farmaci mutuabili, ecc.
- IL DARE (quanto si versa allo Stato): imposte dirette (IRPEF), imposte indirette (l'IVA sulla spesa, le accise su carburanti e utenze), contributi e tasse locali.
Se ciò che riceve un cittadino in sussidi e servizi supera ciò che versa in tasse, viene classificato dagli studiosi come Beneficiario netto. Se versa più di quanto riceve, risulta un Contribuente netto. In sintesi: lo studio calcola il dare-avere monetizzando anche la fruizione della sanità e della scuola pubblica.
A questa complessa architettura si aggiunge un ulteriore elemento metodologico di non poco conto: gli studi di questo tipo isolano i servizi individuali (come la scuola o l'ospedale), ma non sono in grado di ripartire scientificamente il valore dei beni pubblici indivisibili, come la sicurezza garantita dalle forze dell'ordine, la giustizia che tutela i contratti, la rete delle infrastrutture, ecc.. Si tratta di beni di cui beneficia l'intera collettività, ma che risultano indispensabili soprattutto per chi produce valore: la stessa ricchezza privata, infatti, non nasce nel vuoto, ma è resa possibile unicamente dall'impalcatura materiale e giuridica che lo Stato garantisce a tutti.
Per capirci, senza ombra di fraintendimento, applichiamo la logica di questo modello alla realtà quotidiana:
- Caso A: Un lavoratore a basso reddito versa un'IRPEF ridotta, ma paga IVA e accise su quasi tutto ciò che guadagna per fare la spesa e saldare le bollette. Se non ha figli a carico e limita al minimo visite mediche e cure, il valore monetario dei servizi pubblici di cui usufruisce in quell'anno è vicino allo zero. Di conseguenza, le imposte indirette versate superano il valore dei servizi consumati. Risultato nel modello: viene classificato come Contribuente Netto.
- Caso B: Una famiglia con reddito elevato usufruisce della scuola e dell'università statale per i figli lungo un lungo percorso accademico e ricorre alla sanità pubblica. Se contestualmente si avvale di legittime forme di pianificazione fiscale (o regimi sostitutivi) per contenere l'imponibile IRPEF, il valore economico dei servizi universitari e sanitari ricevuti può superare le tasse versate in quell'anno. Risultato nel modello: viene classificata come Beneficiario Netto.
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Tutto ciò premesso... di fronte a queste evidenze contabili, la domanda che pongo è: definire il 61% dei nostri concittadini come "mantenuti a spese altrui" è un'analisi tecnicamente pertinente o è solo uno slogan che distorce la realtà?
Mi fermo qui per non dilungarmi oltre. Nel prossimo approfondimento cercherò di condividere qualche riflessione su quale possa essere la valutazione di queste esternazioni se rapportata ai principi della Costituzione italiana.
Pubblicato il 07/08/26 da Marino
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#factchecking #giornalismo #economia #tributi #pressionefiscale #servizipubblici #sanitaeassistenza #scuola #sicurezza
I social hanno fatto uscire i "tennici" dai Bar Sport.
Li hanno fatti proliferare, ne hanno aumentato il livello di saccenteria e azzerato quello di simpatia
Pubblicato 09/08/26 da Gino nel Tacco
Li hanno fatti proliferare, ne hanno aumentato il livello di saccenteria e azzerato quello di simpatia
Pubblicato 09/08/26 da Gino nel Tacco
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Stabilità dei bilanci e fragilità delle persone
La soglia di esenzione dall'addizionale IRPEF, ferma ormai da quattordici anni, e che è stata varie volte oggetto di sensibilizzazione, ci sta consegnando, in modo più o meno esplicito, una narrazione che rischia di considerare politicamente immutabile il suo aggiornamento.
I principali motivi sembrano essere, da una parte i dubbi sulla reale platea dei beneficiari, dall'altra una serie di barriere tecniche a tutela dei conti comunali. Sono motivi validi e legittimi che è però opportuno considerare calati nella nostra specifica realtà.
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Entrando nel merito, facciamoci una domanda: ha solide basi locali il timore che una misura di protezione fiscale finisca per favorire situazioni di irregolarità o disoccupazione volontaria?
L'osservazione del nostro tessuto sociale evidenzia che la maggioranza dei contribuenti con fasce di reddito più contenute è composta da persone la cui vita lavorativa è documentata e trasparente (vedi tabella). Con elevata probabilità, si tratta di pensionati che hanno dedicato la propria vita e la propria salute alle attività produttive e che oggi percepiscono pensioni minime, e di lavoratori impegnati in contratti a tempo parziale o stagionali. Supporre che l'adeguamento della soglia possa tradursi in un incentivo a comportamenti elusivi non rende giustizia alla storia di questi pontolliesi.
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Un'altra riflessione riguarda il principio della prudenza contabile, secondo cui un ente locale non dovrebbe rinunciare a "entrate certe" a fronte di bilanci "al limite".
Questa impostazione, logica in astratto, si scontra però con l'analisi storica dei rendiconti del nostro Comune (vedi tabella). L'esame dell'ultimo decennio evidenzia la presenza costante di imponenti risorse libere e disponibili.
Se da un lato questo dato attesta l'ineccepibile correttezza formale, la competenza e il rigoroso lavoro svolto dagli uffici e dalla struttura tecnica che gestisce i flussi operativi, dall'altro solleva un interrogativo politico profondo, che attiene esclusivamente alla sfera dell'indirizzo e della programmazione.
Del resto, se la preoccupazione tecnica risiedesse davvero nel timore di alterare il gettito complessivo, la scienza dell'amministrazione offre strumenti ben più evoluti del semplice congelamento della soglia. Basterebbe applicare il principio costituzionale della progressività delle aliquote, rimodulando l'addizionale per scaglioni di reddito e/o introducendo meccanismi di franchigia.
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Valutare un aggiornamento della soglia non significa quindi promuovere forme di assistenzialismo, né tantomeno un costo a fondo perduto per la comunità, ma rappresenta un vero e proprio investimento.
I soldi lasciati in tasca a chi ha redditi minimi non finiscono in investimenti finanziari speculativi o all'estero, ma vengono principalmente spesi nelle attività di vicinato e nei servizi di Ponte dell'Olio, sostenendo direttamente l'economia locale.
Concludo questo post con un auspicio... che nessun cittadino pontolliese si trovi mai nella condizione di dover scegliere tra pagare l'addizionale comunale o rinunciare a una cura medica.
Pubblicato il 06/08/26 da Marino
I principali motivi sembrano essere, da una parte i dubbi sulla reale platea dei beneficiari, dall'altra una serie di barriere tecniche a tutela dei conti comunali. Sono motivi validi e legittimi che è però opportuno considerare calati nella nostra specifica realtà.
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Entrando nel merito, facciamoci una domanda: ha solide basi locali il timore che una misura di protezione fiscale finisca per favorire situazioni di irregolarità o disoccupazione volontaria?
L'osservazione del nostro tessuto sociale evidenzia che la maggioranza dei contribuenti con fasce di reddito più contenute è composta da persone la cui vita lavorativa è documentata e trasparente (vedi tabella). Con elevata probabilità, si tratta di pensionati che hanno dedicato la propria vita e la propria salute alle attività produttive e che oggi percepiscono pensioni minime, e di lavoratori impegnati in contratti a tempo parziale o stagionali. Supporre che l'adeguamento della soglia possa tradursi in un incentivo a comportamenti elusivi non rende giustizia alla storia di questi pontolliesi.
Quando si evoca lo spettro dell'infedeltà fiscale per negare un diritto, si finisce per punire indirettamente la stragrande maggioranza dei poveri veri per l'incapacità di scovare i pochissimi furbi, tanto più che, mi sembra, in nessuna delle amministrazioni degli ultimi decenni, l'attività di contrasto all'evasione e all'elusione abbia rappresentato una priorità strategica e abbia prodotto, tranne qualche raro caso, significativi recuperi economici.
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Un'altra riflessione riguarda il principio della prudenza contabile, secondo cui un ente locale non dovrebbe rinunciare a "entrate certe" a fronte di bilanci "al limite".
Questa impostazione, logica in astratto, si scontra però con l'analisi storica dei rendiconti del nostro Comune (vedi tabella). L'esame dell'ultimo decennio evidenzia la presenza costante di imponenti risorse libere e disponibili.
Se da un lato questo dato attesta l'ineccepibile correttezza formale, la competenza e il rigoroso lavoro svolto dagli uffici e dalla struttura tecnica che gestisce i flussi operativi, dall'altro solleva un interrogativo politico profondo, che attiene esclusivamente alla sfera dell'indirizzo e della programmazione.
In un ente pubblico, la sistematica e massiccia presenza di avanzi liberi non è una medaglia da appuntarsi al petto; al contrario, è spesso l'indicatore di una mediocre capacità programmatoria, il segno di una gestione che si limita ad amministrare i flussi di cassa anziché prevederli e pianificarli in tempestivi servizi, investimenti e tutele per il territorio.
Del resto, se la preoccupazione tecnica risiedesse davvero nel timore di alterare il gettito complessivo, la scienza dell'amministrazione offre strumenti ben più evoluti del semplice congelamento della soglia. Basterebbe applicare il principio costituzionale della progressività delle aliquote, rimodulando l'addizionale per scaglioni di reddito e/o introducendo meccanismi di franchigia.
Chiedere una percentuale leggermente superiore a chi ha le spalle più larghe permetterebbe di finanziare l'esenzione dei redditi minimi a costo zero per le casse comunali, tutelando la classe media ed evitando l'ingiustizia di un prelievo lineare che viene "sentito" maggiormente da chi ha meno.
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Valutare un aggiornamento della soglia non significa quindi promuovere forme di assistenzialismo, né tantomeno un costo a fondo perduto per la comunità, ma rappresenta un vero e proprio investimento.
I soldi lasciati in tasca a chi ha redditi minimi non finiscono in investimenti finanziari speculativi o all'estero, ma vengono principalmente spesi nelle attività di vicinato e nei servizi di Ponte dell'Olio, sostenendo direttamente l'economia locale.
Concludo questo post con un auspicio... che nessun cittadino pontolliese si trovi mai nella condizione di dover scegliere tra pagare l'addizionale comunale o rinunciare a una cura medica.
Pubblicato il 06/08/26 da Marino
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#addizionaleirpef #bilancio #comune #pressionefiscale #poverta #lottaevasione #anziani #gestioneecosti #politica #amministrazione #tributi #servizipubblici
Giulia e Filippo ...
...intendono celebrare il loro matrimonio.
Per consultare l'Atto di pubblicazione di matrimonio, che contiene informazioni quali: cognomi, luoghi e date di nascita, residenze, nazionalità, ecc., clicca qui FONTE
L'Atto di pubblicazione di matrimonio è un documento oggetto di pubblicità legale come disposto dagli artt.93 e 94 del Codice Civile e dall'art.54 del DPR 396/2000.
Pubblicato il 05/08/26 da Marino
Per consultare l'Atto di pubblicazione di matrimonio, che contiene informazioni quali: cognomi, luoghi e date di nascita, residenze, nazionalità, ecc., clicca qui FONTE
L'Atto di pubblicazione di matrimonio è un documento oggetto di pubblicità legale come disposto dagli artt.93 e 94 del Codice Civile e dall'art.54 del DPR 396/2000.
Pubblicato il 05/08/26 da Marino
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#pubblicazionidimatrimonio #accessopubblico #dirittoamministrativo





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